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Quotidiane verifiche
Sergio A. Saiz
Fotografo da oltre trent'anni, eppure ho la curiosa sensazione
di star concludendo soltanto ora la fase dell'apprendimento
che mi permetterà di passare finalmente alle cose serie.
Tutto quel che c'è stato finora, comprese le migliaia di foto
scattate, è introduttivo: la classica anticamera.
Jeanloup Sieff
Con Luciano ho condiviso la passione per la fotografia sin dagli anni settanta del secolo scorso - una definizione, questa, che appare insolita
e "anacronistica" per chi, come gli appartenenti alla nostra generazione, è abituato a considerare il "secolo scorso" quello relativo all' 800 e agli anni in cui la
tecnica fotografica e il suo impiego in campo artistico erano appena nati e muovevano i primi e incerti passi.
Posso affermare che il nostro incontro fu determinato proprio da quel comune interesse che vedeva da un lato il mio approccio amatoriale,
tipico del dilettante ad oltranza, e dall'altro la sua capacità nel saper convertire una originaria passione ad un ambito più prettamente professionale.
Una scelta che, giocandosi sul difficile equilibrio tra gli aspetti di "piacere" e "dovere", può risultare pericolosa e non priva di rischi, spesso a discapito del primo dei due termini.
Ricordo le ripetute occasioni in cui, con un certo rammarico, Luciano espresse i propri dubbi a proposito di una elezione che, inevitabilmente,
sacrificava il desiderio, l'attenzione ed il tempo indispensabili nel dedicarsi ad una ricerca personale a privilegio delle necessità e degli obblighi lavorativi,
e costringeva alla ricerca di un faticoso compromesso tra ciò che, nell'ambito di una professione, "si deve" e ciò che "si vorrebbe" fare.
A volte si domandava se non sarebbe stato meglio rimanere in fabbrica, «Allora - diceva - almeno il fine settimana potevo dedicarlo a me stesso invece che a fotografia di lavoro »
.Dubbi che, soprattutto, ponevano in forse l'attitudine e l'abilità nel mantenere viva quella passione; di conservarne un barlume per tempi futuri in
cui avrebbe potuto tornare ad accendersi, non più stemperata in gesti obbligatori, quotidiani e ripetuti.
Se nella sua decisione di dedicarsi professionalmente alla fotografia ci fu qualcosa che lo aiutò a non perdere di vista il lato "passionale", lo si deve probabilmente cercare nel
carattere e negli aspetti semplici e poco formali - amichevoli, direi - con cui aprì il suo negozio a Sassuolo, alla fine degli anni settanta.
Era, di fatto, la trasposizione in un locale commerciale di quella che costituiva la "scenografia" classica dell'ambiente di un appassionato cultore:
sugli scaffali, assieme ad articoli in vendita, facevano mostra di sè libri tecnici o monografie di "Maestri" cui attingere conoscenze; pellicole erano appese
ad asciugare di fianco al termosifone e dalla porta aperta di uno sgabuzzino filtrava la tipica luce rossa di una lampada di sicurezza.
Poco alla volta quel negozio divenne il luogo di incontro per tanti appassionati, dove ci si scambiavano consigli e pareri, sicuramente inerenti i vari aspetti tecnici
della corretta inquadratura o della più adatta esposizione ma anche, e soprattutto, quelli compositivi ed estetici concernenti, oltre alla fotografia, le arti visive nel loro complesso.
Non era infatti insolito incontrarsi, in quella sede, con giovani pittori o aspiranti cineasti alle prese con dubbi creativi o sperimentazioni originali ed incerte.
Con loro si studiavano e si sottoponevano ad analisi le elaborazioni grafiche di Man Ray o i "mossi" di Ernst Haas, così come i prodotti artistici di Duchamp
e dei surrealisti o delle più recenti manifestazioni dell'arte concettuale.
Per chiunque si presentasse in cerca di una soluzione, sia relativa ai dubbi sul tipo di apparecchio più adatto alle proprie esigenze sia a come ottenere un certo
effetto grafico o correggere errori di esposizione, Luciano era prodigo di consigli e di chiarimenti, precorrendo i tempi che lo avrebbero visto, anni più tardi,
docente di teoria e tecnica fotografica in corsi organizzati, tra gli altri, anche da questa pubblica Amministrazione.
Quel luogo assunse, in fin dei conti, l'aspetto di una "bottega" - nell'accezione più rinascimentale del termine - in cui le esperienze e i risultati di ciascuno venivano
condivisi con altri e i propri lavori si offrivano volentieri agli elogi e alle critiche, o si analizzavano alla luce degli esempi più "alti". Un laboratorio insomma che,
anche fuor di metafora, manteneva i tipici aspetti del lavoro artigianale e dove non era raro, entrando, essere accolti dalla voce di Luciano che avvertiva da dietro
una porta: «Arrivo subito...Sono in camera oscura!».
Erano in effetti i tempi in cui il trattamento dei materiali fotografici, pellicole e stampe, poteva ancora essere svolto completamente in maniera manuale.
Tempi di bianco e nero o - per come li recupera la memoria - in bianco e nero?
Tempi di bacinelle, pinze, emulsioni, bagni di sviluppo, di arresto, di fissaggio, e, forse, ancora di smaltatura...Tutti termini che, come le relative tecniche,
sono andati via via dimenticati e sostituiti da automatismi, tecnologie digitali e stampanti laser.
Eppure quelle modalità ormai desuete hanno costituito un bagaglio fondamentale pure in chi oggi si dedichi alla fotografia mediante l'uso di apparecchiature
tecnologicamente più evolute. Le capacità di analisi e di correzione in fase di ripresa o di stampa, l'uso di filtri e di mascherature e le varie "manipolazioni" in camera
oscura che permettevano di ottimizzare un risultato, al di là del puro gesto dello scatto, hanno contribuito alla costituzione della caratteristica di saper "vedere", o meglio
"pre-vedere" l'immagine ancor prima di fissarla sull'emulsione, attraverso un «occhio fotografico» che risulta essere, ancor più dell'apparecchio,
componente fondamentale del fare fotografia.
Oggi, trent'anni dopo quel nostro primo incontro, alla soglia del mezzo secolo di vita, Luciano si libera da quei dubbi, scioglie la dicotomia "passione-professione"
per riappropriarsi di spazi e di tempi che anzichè al commercio appartengono ad un ambito più intimo, a quella dimensione che qualcuno chiama dello spirito. Ribalta
la scelta di allora per una nuova, a favore di quella passione, di quell'amore giovanile che non ha subito il passare del tempo ma lo ha assecondato.
Considero ammirevole una simile capacità di conservare per trent'anni un' idea, un sogno; di mantenerli vivi giorno dopo giorno, non in una sorta di congelatore emotivo,
ibernandoli nell'attesa del momento giusto per essere risvegliati, bensì presenti e partecipi alla quotidianità che ne pretende solo gli aspetti meno "poetici"
associati alla minaccia di un lento logorio.
"Natura" - con la N maiuscola - è probabilmente il termine più ricorrente quando si voglia analizzare la produzione fotografica di Luciano sin dai suoi
primi approcci con questa forma di espressione artistica. La Natura, nelle forme più varie, ha sempre svolto un ruolo di protagonista, di primadonna,
nella sua opera. Le immagini visibili nella sua pagina elettronica e anche quelle qui presenti ne sono una dimostrazione evidente e incontestabile.
Sin dai tempi delle nostre prime uscite alla ricerca di "soggetti" che caratterizzarono il nostro apprendistato, i temi prevalenti erano costituiti da gibbosità
di radici, intrecci di rami, disegni di cortecce, foglie secche o riflessi nelle pozzanghere.
La scelta per quei temi esprimeva, e continua a farlo, un amore per gli aspetti più originari, più ancestrali, di un'epoca in cui il pianeta non fosse ancora
"contaminato" da presenze umane, quelle che ne avrebbero determinato le modificazioni a volte drammatiche ed irreversibili o, all'opposto, per un epoca in cui,
chiusasi l'era del dominio umano, il mondo tornasse a rigenerarsi.
Alcune di quelle foto, le più amate, hanno soggiornato per anni sulle pareti del suo negozio. Ricordo in particolare due o tre immagini in bianco e nero,
modificate attraverso la tecnica della "solarizzazione": un paesaggio collinare con scarni alberi spogli, spettrale nella luce grigia; un intricarsi di rami neri e
luminosi contro un cielo reso tetro. Vi si ravvisa una drammaticità intensa, accentuata da quell'effetto grafico che come pochi è svincolato dal controllo tecnico,
dalla volontà. Quella che era nata come una ricerca di sperimentazione tecnica, di elaborazione grafica, si convertiva in una immagine di forte impatto emotivo,
un tema sul quale soffermarsi e riflettere. Quale miglior risultato, per un artista, l'unire in una sola opera aspetti etici ed estetici in egual misura, senza che gli uni
prevalgano sugli altri, in perfetto equilibrio, lasciando che sia l'occhio di chi guarda a coglierne ora questi ora quelli.
Anche nelle fotografie di questa ultima mostra, che nascono con l'intento di celebrare una città, la Natura prende il sopravvento: un raggio di sole che
si insinua tra antichi muri, le acque turbolente fuggite alla chiusa di un canale, il fiume che si concede all'abbraccio di una diga. E, accanto a queste, le minacce
cui l'ambiente continua ad essere sottoposto.
Colgo in queste fotografie la volontà di celebrare quegli aspetti naturali che sono, in un ambiente urbanizzato e industrializzato, inevitabilmente soffocati,
o stravolti e deformati come quelli che vediamo riflessi dai vetri di un edificio.
Pure in quelle immagini dove la Natura non è presente come protagonista - autocarri saettanti lungo piste di asfalto o pachidermici capannoni ad infrangere
paesaggi collinari - Luciano ce la mostra attraverso il suo contrario: fotografandone l'assenza.
Una assenza insostenibile che ci spinge a volgere di nuovo l'occhio ad altri paesaggi, più consoni alla nostra essenza di esseri naturali a dispetto di un prepotente
"progresso", e ad altri luoghi: quelli della memoria. I cipressi che appaiono in una delle foto più pacate, nella serenità pittorica di un paesaggio rinascimentale,
non possono evitare di rimandarci ad altri, quelli «che a Bolgheri, alti e schietti, van da San Guido in duplice filar» del poema della nostra infanzia. Luoghi che,
seppure non esperiti direttamente attraverso i sensi, appartengono alla coscienza collettiva grazie al potere evocativo dell'arte.
Pure la costante e tenace mancanza di una presenza umana può fornire una chiave di lettura rappresentativa di tali interpretazioni: la Natura, nella sua essenza
più intima, è precedente alla comparsa dell'uomo che, unico tra le specie viventi, l'ha modificata fino a stravolgerla. L'essere umano non è volutamente presente
in queste immagini, quasi a dichiararne la sua estraneità. Ci sono i frutti del suo operato, le sue costruzioni, le sue macchine che sembrano ormai funzionare autonomamente.
Eppure quell'essere umano che parrebbe estinto in quelle rappresentazioni è invece concretamente presente e non solo come immagine: siamo noi,
che di fronte a queste fotografie possiamo osservare, riflettere, apprendere.
Sergio A. Saiz